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LA7 CAMBIA DI NUOVO PROPRIETARIO, LA STORIA TORMENTATA DEL SETTIMO CANALE


LA SOCIETA’ E’ STATA RILEVATA DA URBANO CAIRO, ATTIVO DA OLTRE VENT’ANNI NEL SETTORE PUBBLICITARIO

Da anni punta a essere il terzo polo televisivo, il terzo incomodo del duopolio Rai-Mediaset. Ma ogni volta le ambizioni si scontrano con la dura realtà e le perdite di bilancio conseguenti agli investimenti finanziari che non riscontrano poi un ritorno in utili. La Telecom ha ceduto quasi in fretta e furia LA7 a Urbano Roberto Cairo, proprietario della Cairo Communication che da vent’anni è attiva nel settore pubblicitario. E così il settimo canale prova di nuovo a rilanciarsi, come prova a fare dai tempi di Tmc di Vittorio Cecchi Gori.

L’IMPRESA A CUI E’ CHIAMATO CAIRO-  Il mercato appare fiducioso che Cairo riesca nel suo intento di risanare il canale tv che nel 2012 ha perso 100 milioni. Con una casa editrice e una concessionaria di pubblicità che nel loro complesso hanno fatturato 319 milioni e ne hanno guadagnati 18 nell'anno appena trascorso, non è comunque un'impresa facile. Se non interviene immediatamente sui costi del palinsesto, portato a 120 milioni dall'ex ad Gianni Stella, Cairo rischia di portare in rosso tutta la casa editrice. Con un mercato della pubblicità in forte contrazione sarà inoltre necessario lanciare nuove trasmissioni in grado di attirare nuovi inserzionisti. Tuttavia questa è da sempre la spirale in cui si avviluppa La7 di oggi e la Tmc di una volta: lo share non è sufficiente ad attrarre pubblicità per coprire i costi, e se si investe per aumentare lo share, come ha fatto Stella, si rischia di allargare il buco invece che chiuderlo.

COSA C’E’ DIETRO LA CESSIONE-  I consiglieri erano sicuri di voler vendere La7, fonte di perdite per Telecom, ma erano molto meno certi di voler alienare un asset che produce 40-45 milioni di ebitda all'anno. Certo bisognerà vedere se i prezzi di affitto delle frequenze in futuro saliranno o scenderanno, ma meglio non rischiare di svendere e incorrere in un'azione di responsabilità. Risultato: quattro voti per Clessidra, Pagliaro, Ben Ammar, Micciché, Catania, tutti gli altri per Cairo, inclusi gli spagnoli e Galateri.
A mente fredda c'è comunque da chiedersi come mai i grandi soci di Telecom Italia, cioè Mediobanca, Intesa Sanpaolo, Generali abbiano deciso di chiudere l'esperienza televisiva con tanta determinazione. La versione buona dice che i banchieri erano stanchi di subire perdite e di essere accusati dai politici per i contenuti delle trasmissioni a volte irriverenti. La versione più dietrologica riferisce che i banchieri non volevano più lasciare La7 nelle mani di Bernabè, poiché un governo di centro sinistra in carica e le risorse della Telecom avrebbe potuto rafforzare il polo tv a danno di Mediaset. È noto infatti che La7 negli ultimi anni è andata a rosicchiare spettatori a Rai Tre, ma assai meno alle reti Mediaset che hanno un pubblico più giovane. La sfida futura sta proprio qui: andare a prendere un pubblico diverso.
E bisognerà vedere se Cairo avrà le spalle sufficientemente robuste per scontrarsi con il Biscione. Di certo i banchieri avrebbero preferito che a lanciare questa sfida fossero stati Claudio Sposito e Marco Bassetti. Invece ha prevalso la discesa in campo di un editore puro che dovrà sudare sette camicie per risollevare la baracca e mantenerla indipendente da future incursioni di gruppi con le spalle più larghe.

LA CAIRO COMMUNICATION - La società è stata costituita nel 1984, ma all'epoca non aveva alcun rapporto con il gruppo Cairo, che doveva ancora nascere; questa società faceva infatti parte del gruppo Yomo ed era denominata Gespal – Gestione Prodotti Alimentari s.r.l..
Il gruppo Cairo nasce invece nel 1995, quando Urbano Cairo, attraverso una finanziaria da lui controllata denominata Cairo Partecipazioni s.r.l., costituisce la Cairo Pubblicità s.r.l., che avvia la propria attività ai primi del 1996, quando acquisisce dal gruppo RCS la concessione in esclusiva della vendita degli spazi pubblicitari sui periodici Io Donna, Oggi e TV Sette (quest’ultima sostituita con i periodici Visto e Novella 2000 nell’agosto 1998).
Nel 1997 entra in scena la Gespal, società ormai inattiva che viene ceduta dalla Yomo alla Cairo Partecipazioni; la denominazione viene cambiata in Cairo Due s.r.l., che verrà nuovamente cambiata successivamente, con la trasformazione in S.p.A., nell'attuale Cairo Communication.
Con una politica di successive acquisizioni societarie, il gruppo Cairo amplia progressivamente la propria attività alla pubblicità statica negli stadi (è del 1997 l'accordo con A.S. Roma e Società Sportiva Lazio per la pubblicità nello Stadio Olimpico), alla pubblicità televisiva e agli spazi pubblicitari su Internet, mercato in Italia ancora sul nascere.
La svolta che porta al salto dimensionale del gruppo avviene nel febbraio 1999, con l'operazione più importante effettuata finora dal gruppo, ovvero l'acquisizione di Editoriale Giorgio Mondadori S.p.A., azienda fondata da Giorgio Mondadori nel 1980 e attiva nel settore dei libri e dei periodici. Questa acquisizione segna il definitivo ingresso del gruppo Cairo nel settore dell'editoria.
Successivamente, grazie anche ai mezzi finanziari raccolti con la quotazione in Borsa, avvenuta nel luglio 2000 nell'allora Nuovo Mercato, nuove acquisizioni e il lancio di testate giornalistiche proprie attraverso la società Cairo Editore S.p.A., portano il gruppo alle dimensioni attuali.
Oggi Cairo Communication continua a svolgere direttamente attività nella vendita degli spazi pubblicitari, ma è anche a capo di un gruppo comprendente la stessa Giorgio Mondadori, altre società dell'editoria e società dedicate ai diversi settori pubblicitari.

DA TMC A LA7 - LA7 fu fondata nel 1974 con il nome di Tele Monte Carlo (nota anche con l'acronimo TMC) ed è stata la televisione in lingua italiana del Principato di Monaco, che divenne negli anni settanta la principale e unica concorrente dei canali pubblici della Rai, essendo una delle poche televisioni estere in lingua italiana ricevibili nella penisola italiana. Nata come costola italiana della monegasca Télé Monte Carlo, la tv nazionale del Principato che invece trasmetteva e trasmette tutt'oggi in lingua francese, fin dal primo anno diffuse i suoi programmi a colori, suscitando un grande interesse nei telespettatori italiani.
Il 4 agosto 1985 la stazione televisiva fu acquistata dai proprietari brasiliani di Rede Globo, dandole il logo del potente canale brasiliano. Successivamente passa sotto il controllo di Montedison e nel 1995 viene acquistata da Cecchi Gori, il quale, per rompere il duopolio Rai-Mediaset, affianca Tele Monte Carlo ad un secondo canale, Videomusic poi ribattezzato nel 1996 TMC2.
Da Tele Monte Carlo a LA7 (2000-2001).
Nell'estate del 2000 TMC viene venduta (e con essa anche TMC 2 - Videomusic) da Vittorio Cecchi Gori alla Seat Pagine Gialle del Gruppo Telecom Italia, guidato all'epoca da Roberto Colaninno e Lorenzo Pellicioli: l'intento dei due manager è creare un nuovo network in grado di competere contro i tradizionali sei canali nazionali raggiungendo, nel medio periodo, uno share del 5%.
Il 24 giugno 2001 il logo di Tele Monte Carlo lascia il posto al nuovo marchio "La 7" (in realtà il marchio TMC viene affiancato in alto a destra del teleschermo completamente trasparente per abituare gradualmente il pubblico al nuovo marchio, e per dimostrare innovazione e continuità con il passato allo stesso tempo per poi scomparire definitivamente alla mezzanotte di domenica 9 settembre 2001) durante una serata inaugurale dal titolo "Prima serata" in onda dalle 20:30 e condotta da Fabio Fazio e Luciana Littizzetto dalla discoteca Alcatraz di Milano, per l'occasione trasformata in uno studio televisivo. Gli ospiti del programma sono: Gad Lerner, Pino Daniele, Francesco De Gregori, Giuliano Ferrara, Sabina Guzzanti, Geri Halliwell, Neri Marcorè, Vincenzo Montella, Eros Ramazzotti e Nina Moric[6]. In contemporanea, per la zona del Lazio, viene trasmesso il concerto organizzato da Antonello Venditti al Circo Massimo per la vittoria dello scudetto della Roma con Sabrina Ferilli madrina d'eccezione. Gli ascolti sono altissimi per un'emittente così piccola (circa 2 milioni di telespettatori).

GLI INVESTIMENTI - La linea editoriale scelta per il canale è quella di una televisione frizzante, movimentata e un po' trasgressiva e dunque in concorrenza con Italia 1. Per questo viene scelto come direttore di rete Roberto Giovalli, in passato alla guida del canale giovane di Mediaset. Per far partire l'emittente alcune star del duopolio Rai-Mediaset vengono ingaggiate dai vertici del nuovo canale. Nel 2002 l'emittente passò sotto il controllo di Marco Tronchetti Provera che in quell'anno acquisì infatti Telecom Italia (e dunque anche LA7) e cambiò totalmente la linea editoriale della rete: da tv giovane diventò una tv dedicata prevalentemente all'informazione e all'approfondimento con obiettivo il 2% di share. Quasi tutti i programmi della gestione precedente vennero dunque cancellati e i conduttori ingaggiati dal canale liquidati; il passaggio di proprietà era testimoniato anche dal cambio del logo del canale che da arancione diventò grigio.
Dopo una serie di aggiustamenti al palinsesto e grazie alla presenza di volti noti e autorevoli come quelli dei già citati Gad Lerner e Giuliano Ferrara, Piero Chiambretti e Daria Bignardi, a partire dal 2003 gli ascolti di LA7 iniziano a crescere, arrivando al 3-4% di share, nonostante la quota di mercato continui ad essere molto inferiore a quella dei tre canali pubblici Rai e i tre privati Mediaset.
Nel triennio 2003-2006 la crescita del network è dovuta soprattutto ad alcune trasmissioni che hanno superato il 5-6% di share, come Omnibus (con punte dell'8% nel 2006, battendo quasi sempre Rete 4 e Rai 3), Markette di Piero Chiambretti - 11% in seconda serata, Il Processo di Biscardi, Otto e mezzo, Atlantide e Le invasioni barbariche. Dal 2007 iniziò una graduale flessione, benché non sono mancate collaborazioni con personaggi di spicco, come Crozza, Luttazzi e la direzione del Tg affidata a Mentana.
Lo share dell’ultimo triennio oscilla tra il 3 il 4 percento. Numeri comunque bassi rispetto agli investimenti massicci portati in atto. Come detto, il bilancio 2012 si è chiuso con una perdita di 100milioni di euro.

L'OFFERTA POLITICA - Per quanto concerne l’offerta dei programmi che trattano di politica, non poche sono le novità. Cairo vuole aggiungere ingredienti più popolari e femminili. Varie sono le partenze ma anche gli arrivi. Restano i capisaldi della rete: Formigli al lunedì con Piazza pulita, Santoro al giovedì con Servizio Pubblico, Crozza al venerdì, Lilli Gruber con Otto e mezzo che si espande anche al sabato. E, ovviamente, Mentana che, oltre al Tg, continuerà a realizzare gli speciali in prima serata nonché ad aprire dirette fiume in caso di eventi importanti. Alla squadra si aggiungono, come raccontato nei giorni scorsi, Salvo Sottile, uscito da Mediaset e Gianluigi Paragone, andato via dalla Rai. Sono gli innesti utili per cercare di agganciare un altro tipo di pubblico rispetto a quello tradizionale de La7. Al primo sarà affidata una trasmissione virata sulla cronaca (che mancava a La7): non sarà simile a Quartogrado, ma più tagliata sullo stile della rete. «Sottile, come Paragone, sono stati dei blitz, li abbiamo ingaggiati al volo (entrambi avevano rotto con le rispettive aziende) - spiega ancora Cairo -. Il primo ci servirà per attrarre pubblico femminile (che lo seguiva su Rete4), il secondo per realizzare un talk diverso, più scanzonato come ha dimostrato di saper fare su Raidue».

A Cairo dunque spetta l’ennesimo difficilissimo tentativo di rilanciare una rete che ogni anno finisce sempre per fare il passo più lungo della gamba.

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NAPOLI VENDE BAGNOLI, MA NESSUNO LO VUOLE


ANDATA IN FUMO LA TERZA ASTA PER COMPRARE I SUOLI DEL QUARTIERE, AL FINE DI UN SUO RILANCIO. A PESARE SOPRATTUTTO LA MANCATA BONIFICA E IL RITARDO NELLA REALIZZAZIONE DEI LAVORI IN PROGRAMMA

“Ma che affare. Vendo Bagnoli, chi la vuol comprare?” cantava Edoardo Bennato. Peccato però che nessuno lo voglia. Eppure parliamo di un quartiere dalle grandi potenzialità turistiche, stuprato dalle industrie inquinanti che hanno sì portato lavoro, ma anche mietuto morti e distrutto l’ambiente. La terza asta indetta al fine di concedere a un’azienda la gestione dei suoli di Bagnoli, è andata infatti in fumo. Il quartiere è ancora degradato; molti lavori programmati non sono mai partiti.

L’ASTA - Per la terza volta il bando per la vendita dei suoli di Bagnoli non ha avuto esito. Dei quattro soggetti che avevano manifestato interesse all'acquisto - la CoopCasaBagnoli, l'Italrecuperi, l'azienda edile che fa capo ai Pacifico e un'impresa dell'area vesuviana - solo quest'ultima, hanno rivelato alcune fonti, ha inviato la busta. Ma l'offerta è stata immediatamente dichiarata inidonea dalla commissione di gara costituita dalla Bagnolifutura. Motivo: non risponde ai requisiti previsti dal bando. Il primo lotto, adiacente la Porta del Parco, ha una superficie di circa 16.000 metri quadrati e in esso ci sono molte case da costruire ma anche alcuni uffici, negozi e strutture di servizi. «Proprio per questo motivo come cooperativa - spiega Osvaldo Cammarota, presidente della CoopCasaBagnoli - non ce la siamo sentita di presentare l'offerta».

UN TIMIDO OTTIMISMO - I 21 milioni, prezzo fissato a base d'asta, sono indispensabile alla Stu presieduta da Omero Ambrogi per uscire dalla complessa situazione finanziaria in cui si dibatte da tempo e pagare i debiti accumulati, che ammonterebbero a oltre 300 milioni. Soldi che in parte la Stu sta cominciando a pagare attraverso accordi transattivi con i creditori. Ma l'ex magistrato che guida la società di trasformazione urbana controllata dal Comune è fiducioso: «L'esito della gara conferma certo il permanere di difficoltà che ancora non rendono pienamente appetibili i lotti messi in gara, ma, a differenza del passato, vi sono state quattro manifestazioni di interesse e un'offerta ritenuta inidonea solo perché formulata con modalità non corrispondenti a quelle previste dal bando». Secondo Ambrogi, le manifestazioni di interesse prima e l'offerta poi, sia pure da sola, dimostrano che, pur in un contesto di crisi del mercato immobiliare, ci sono soggetti interessati che percepiscono la convenienza di investire nell'acquisto dei suoli posti in vendita da Bagnolifutura. Ecco perchè il presidente di Bagnolifutura annunzia che a giorni sarà indetto un nuovo bando di vendita, il quarto, che tenga conto delle criticità manifestate da più parti. Apportando perciò ulteriori modifiche ai bandi precedenti, in primis la riduzione del 10% della base d’asta.

UN QUARTIERE ANCORA DEGRADATO- Probabilmente, alla base dell'ennesimo flop, c'è il fatto che da troppo tempo tutti i lavori nell'area sono fermi e le opere pubbliche non sono state avviate, al punto che il ministro Barca ha assegnato il bollino rosso al Turtle Point. Non sono entrati in attività il Centro Benessere, dato in gestione al gruppo Castiglione di Ischia, e la Caffetteria affidata a Vegezio. Così come langue ormai da mesi il Parco dello Sport. Ma, ciò che è più grave, è ferma la bonifica, che è ancora oggi al 65% dell'intera area e finora è costata circa 82 milioni. Cosi come dovrebbe finalmente essere avviato il cantiere del primo lotto del Parco urbano, finanziato con i fondi dell’Unione Europea, per il quale l’anticipo da parte della Regione Campania è già stato erogato. Ecco perchè Omero Ambrogi sostiene che «il completamento delle opere in corso, la prossima apertura di quelle già completate e l'inizio dei lavori del primo lotto del Parco Urbano saranno elementi d'incentivazione per gli eventuali nuovi investitori». Già, ma in che tempi?

Un’ottima occasione persa per il rilancio di Bagnoli è stata l’America’s cup. La Giunta de Magistris, all’indomani del suo insediamento, aveva provato a proporla come tappa per le qualificazioni. Ma la palese impreparazione dell’area, dovuta al malgoverno delle giunte precedenti, ha virato la scelta verso Venezia.
Basta guardare qualche foto del pontile di Bagnoli, unico lavoro portato a termine dal carrozzone pubblico di Bagnoli Futura spa, per rendersi conto della potenzialità della zona: http://lucascialo.blogspot.it/2012/04/il-pontile-nord-di-bagnoli-da-accesso.html

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PUGLIA REGIONE ALL’AVANGUARDIA SULLE RINNOVABILI


E’ LEADER ITALIANA NEGLI INVESTIMENTI SULL’EOLICO E SUL FOTOVOLTAICO

Sebbene gas e petrolio facciano ancora gola e siano preferiti ancora di gran lunga dalle superpotenze, le energie rinnovabili restano comunque il futuro. Per le risorse naturali a disposizione, l’Italia potrebbe (e dovrebbe) essere tra i Paesi a sfruttarle maggiormente; ma, manco a dirlo, si mostra ancora molto in ritardo in questo campo. Non mancano comunque eccezioni, come la Regione Puglia, che grazie alle politiche messe in piedi dalla Giunta Vendola in questi due mandati, ha investito al meglio i fondi europei messi a disposizione dal Programma Operativo Interregionale delle Energie Rinnovabili 2007-2013. Si tratta di 1,6 miliardi di euro a cui queste regioni possono attingere per migliorare la produzione di energia pulita e garantire l’efficienza energetica. Per i traguardi raggiunti, Nichi Vendola ha anche ricevuto un premio in Germania, Paese all’avanguardia in questo settore.

IL FOTOVOLTAICO - Nel 2012 i tecnici Enel hanno collegato alla rete pugliese circa 11.000 nuovi impianti per la produzione di energia elettrica da fonti a zero emissioni per una potenza di oltre 400 megawatt. Sono circa 33.000 gli impianti connessi alla rete elettrica a partire dal 2006, e la potenza complessiva sale a 3.250 megawatt. Prosegue dunque - lo dice una nota dell'Enel - il trend di crescita delle fonti rinnovabili in Puglia".
"In particolare gli allacciamenti riguardano per il 99% impianti fotovoltaici. Significativi i dati del 2012. Se è vero infatti che rispetto a 2010 e 2011 è diminuita la potenza degli impianti di produzione connessi alla rete elettrica gestita da Enel, il loro numero è rimasto pressoché invariato. Segno di una inversione di tendenza rispetto agli anni passati che vede preferiti impianti di piccola taglia per lo più installati sui tetti di edifici civili, commerciali o industriali".
Importante l'apporto di tutti i capoluoghi pugliesi e delle rispettive province. A guidare la classifica in termini di potenza installata è Foggia con 151 megawatt e 1.340 nuovi impianti. Segue Lecce con circa 120 megawatt e oltre 4.000 nuovi impianti. A Bari sono stati connessi circa 2.400 impianti per una capacità installata di circa 80 megawatt. A Taranto i tecnici Enel hanno collegato alla rete più di 1.500 impianti per una potenza complessiva che supera i 50 megawatt. Più di 1.100 gli impianti connessi alla rete a Brindisi per circa 15 megawatt mentre la Bat ha visto entrare in esercizio 300 nuovi impianti per circa 12 megawatt".
"Sono numeri importanti" sottolinea il responsabile Enel Infrastrutture e Reti Puglia e Basilicata, Roberto Zanchi. "Ogni giorno, se si considerano quelli lavorativi, nell'anno appena trascorso sono stati connessi alla rete elettrica gestita da Enel una media di circa 50 impianti. Questi dati offrono la dimensione del grande lavoro quotidiano svolto dal personale tecnico di Enel e dell'importante apporto offerto allo sviluppo di impianti energetici a zero emissioni nella regione".

L’EOLICO – Basta percorrere la Napoli-Bari per accorgersi, all’ingresso in Puglia, di quante pale eoliche già ci sono. In provincia di Foggia già diversi sono i parchi eolici ai quali si aggiungerà il Parco eolico Matisse. Esso sarà operativo entro il primo trimestre del 2013. Conterà 13 turbine eoliche dalla capacità di 3,0 MW, con una potenza complessiva di 39 MW. L’impianto eolico sarà allestito per volontà della Farpower S.r.l, della Whysol Investments, società specializzata nello sviluppo delle infrastrutture energetiche. Il parco eolico sarà ubicato nei Comuni di Candela e Ascoli Satriano, in provincia di Foggia. La consegna delle turbine eoliche è avvenuto a gennaio e l’impianto sarà già operativo a marzo. Ad assicurarlo è l’azienda Vestas, leader mondiale della distrubuzione e installazione di turbine eoliche. L’azienda si occuperà della fornitura, del trasporto, dell’installazione e della messa in servizio delle turbine.
La Vestas, inoltre, offrirà 15 anni di servizio e manutenzione secondo l’accordo di “Output Management Active”, questa clausula è rassicurante per i cittadini pugliesi che potranno contare su un impianto eolico funzionante a pieno regime per i prossimi 15 anni. L’impianto eolico Matisse Whysol porterà energia pulita alla Regione Puglia con forniture di energia elettrica per più di 85.000 abitanti. L’impianto eolico Matisse produrrà circa 100 GWh all’anno che corrispondono a un taglio annuale di 40 mila tonnellate di CO2. Fornirà elettricità pulita sufficiente a coprire il consumo residenziale di energia di oltre 85.000 italiani. Le turbine eoliche Vestas sono prodotte in varie parti del Globo, l’azienda può assicurare la fornitura italiana grazie a due impianti di produzione di pale qui a Taranto.

E’ TUTTO IL SUD IN CRESCITA - Secondo un rapporto dettagliato sulle risorse rinnovabili, redatto dalla fondazione “Cercare Ancora” e intitolato “Lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili nelle regioni del mezzogiorno”, è in corso un crescente aumento degli impianti di rinnovabili in tutta l’area meridionale d’Italia, con l’aumento dalle 39090 unità del 2010 alle 76000 del 2012, e la Puglia in particolare, con le sue 23000 unità, di cui 15000 aperte dal 2010 in poi, si pone a capo della tendenza crescente. Tendenza che caratterizza comunque anche tutte le altre regioni del Sud. In particolare l’energia eolica prodotta al Sud rappresenta l’88% di quella prodotta in tutta Italia, di cui il 25% proviene dalla sola Puglia; mentre per il fotovoltaico si ha il 32% totale e il 14% dalla sola Puglia.

Certo, non mancano polemiche sulla svendita di intere aree alle offshore straniere per costruire i parchi eolici o fotovoltaici; o sulla deturpazione dei paesaggi specie da parte delle pale eoliche che sono molto alte. Ma ogni cosa ha un contro e un prezzo. Anche l’energia pulita.

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open day medicina e qualche dubbio sul futuro

In questo ultimo periodo sto pensando sempre di piú al mio futuro e al desiderio  che ho di voler fare l' universitá  per studiare medicina, soprattutto da quando é uscita la notizia  che da quest' anno il test  d'ingresso si terrá a luglio e non piú a settembre. (cosa sulla quale non Sono molto d'accordo ma comunque..)..
 Ho deciso quindi di iscrivermi all' open day della facoltá di medicina alla Bicocca di Milano (sede di Monza) che si terrá il 22 marzo cosi inizio bene a farmi un'idea di come è strutturato  corso di studi e di tutto il resto.
Non nascondo che anche io che ero fortemente convinta di intraprendere la strada del medico ho avuto  di recente qualche momento di incertezza perché mi chiedevo se ne fosse valsa la Pena davvero.. Insomma, crescendo pensi alla voglia di farti Una famiglia, al bisogno di renderti anche indipendente senza pesare economicamente sui genitori per Ben 11 anni.. Ero indecisa se avrei retto il carico di studio e la clausura in casa a studiare quando  magari vorrei uscire.. Insomma, mi balenavano in testa le classiche domande  che chiunque si farebbe se dovesse decidere davvero che  cosa fare della propria vita.
dopo questo temporaneo  e strano momento di indecisione però, ho capito che vale la pena di intraprendere una carriera del genere. e soprattutto, vale la pena seguire i propri sogni e non passare una vita di rimpianti anche perchè non sono il tipo che sa vivere di quest'ultimi.  Non Li posso sopportare.  e non potrei sopportare di non aver mai provato a rendere possibile un sogno cosi grande. Per me vale la Pena provarci e cercare di passare quel dannato test.
Certo, non mi illudo di passare con certezza anche perché la % di chi passa non é affatto Alta sulla totalitá Dei ragazzi che affrontano il test ed io non sono wonder woman (purtroppo) peró sono disposta a fare  del mio meglio tanto che ho giá ripreso in mano i libri del biennio di chimica, biologia e fisica. Ho davanti  a me  circa un anno e mezzo di tempo per potermi preparare al test e spero di riuscirci. Se cosí non fosse mi prepareró un piano B.. Ma non voglio pensare a questo per ora.

Parlando di altro, le lezioni di centralino in croce rossa  stanno continuando bene cosi  come Sta andando bene e Sta crescendo l'amicizia tra me e le altre ragazze volontarie.. Ieri siamo anche uscite al cinema!
Che altro dire, anche la patente procede bene, mi esercito quotidianamente ai quiz e  e tra qualche settimana mi tocca la visita alla asl..
anche la scuola va bene, qualche insufficienza recente ma che posso tranquillamente recuperare. 
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SI STA CONCLUDENDO LA PEGGIORE CAMPAGNA ELETTORALE DEL DOPOGUERRA


TRA OFFESE, PROMESSE ASSURDE, BUGIE E MANCATI CONFRONTI

Con la fine del Governo Berlusconi e l’arrivo dei tecnici, si auspicava in un ritorno a una politica più sobria, molto diversa da quella degli ultimi vent’anni. E invece la campagna elettorale che si conclude oggi è stata perfino la peggiore in assoluto da quando è nata la Repubblica italiana. Il livello è sceso in modo vergognoso, colpa soprattutto dell’ennesimo ritorno del Cavaliere ma anche del linguaggio offensivo di Grillo. Gli altri candidati si sono adeguati, prestandosi a pagliacciate da avanspettacolo.

DALLA SEDIA SPOLVERATA ALL’IMU-  Di Berlusconi si ricorderanno, manco a dirlo, varie cose; ma su tutte forse tre in particolare: la sedia spolverata prima di sedersi perché ci si era appena alzato Travaglio; le battutine a doppio senso rivolte a una donna durante la presentazione di un prodotto ecologico; le lettere simil Agenzia delle entrate dove si promette la restituzione dell’Imu, che in alcune città hanno già causato file agli sportelli dei Caf da parte dei soliti creduloni.

I CANI – Bersani, Berlusconi e Monti hanno utilizzato i cani per incassare le simpatie degli elettori. La storia più assurda, come noto, è quella del cane Empy messo in braccio a Monti da Daria Bignardi: lei fa il suo mestiere, lui un po' meno e prova una "operazione simpatia", non si sa se e quanto riuscita. Ad aggravare la scenetta anche un boccale di birra offerto al Professore della Bocconi; il tutto per renderlo più umano.

VIDEO OMOFOBO – Due candidati padovani di Fratelli d’Italia hanno inscenato un video coi cartelloni come quello di una coppia gay a Sanremo. Su uno di essi c’era scritto “non votare con il culo”. Pronte le scuse della coppia Meloni-Crosetto. Basterà?

IL GIAGUARO DI PELUCHE – Col suo eterno Porta a porta, Vespa dona a Pierluigi Bersani un giaguaro di peluche, dato che il leader piacentino aveva minacciato “smacchieremo il giaguaro”, riferendosi a Berlusconi. In qualche puntata precedente, il conduttore lo aveva commosso con alcuni filmati d’epoca. Insomma, ha puntato sulla tenerezza.

GIANNINO TRA LAUREE E ZECCHINO D’ORO- Il caso del finto master di Oscar Giannino è una pugnalata dell'ex amico Zingales a cinque giorni dalle elezioni, ma scatena anche l'outing di Giannino che di finto ha anche la laurea. Troppo per un candidato che ha basato tutta la campagna sulla meritocrazia e la trasparenza. Inoltre, è emerso che l’economista abbia pure mentito su una partecipazione allo Zecchino d’oro. Fare…una figuraccia.

GRILLO SFUGGE ALLA TV – Beppe Grillo è stato di parola e in Tv non ci finisce. Si era parlato di Cielo ma poi ha rinunciato all’ultimo momento. Peccato. Sarebbe stato bello potergli porre qualche domanda, sottoporlo a un contraddittorio. E invece dobbiamo accontentarci dei suoi show dai palchi. In fondo la tv lo ha lanciato al grande pubblico anni fa e la sua popolarità anche come politico la deve pure alle tv che trasmettono spezzoni dei suoi interventi in pubblico.

NESSUN CONFRONTO TRA I LEADER– Nonostante tutte queste squallide sceneggiate, tra i candidati premier non c’è stato alcun confronto diretto. Berlusconi lo avrebbe voluto solo con Bersani, Monti con loro due e Bersani con tutti e sei. Risultato: non abbiamo alcun metodo di paragone. Ognuno ha detto la propria, separatamente, senza contraddittorio. L’Italia si dimostra ancora una volta un Paese lontano dalle altre democrazie occidentali. 
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ECCO CHI POTREBBE ESSERE IL PROSSIMO PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA


I PRINCIPALI CANDIDATI DI SINISTRA, CENTRO E DESTRA

Il mandato di Giorgio Napolitano sta volgendo al termine. Non poche le critiche subite in questi anni. Del resto la sua nomina non è stata facile, essendo avvenuta dopo ben quattro scrutini (i precedenti sono stati Einaudi e Gronchi). In fondo ad eleggerlo è stato un Parlamento alquanto equilibrato, specie al Senato; e le difficoltà del Governo Prodi, durato solo due anni, sono un fedele specchio di questa situazione. 
Napolitano è stato “tirato spesso per la giacca” sia dal centro-destra che dal leader dell’Idv Antonio Di Pietro, e da qualche anno anche dal galoppante Grillo. Le accuse rivoltegli sono state paradossalmente opposte: o lo si criticava di mettere il bastone tra le ruote al Governo Berlusconi, o, viceversa, di firmargli tutti i provvedimenti facilmente. Ma entrambi queste fazioni gli rinfacciano anche il fatto di aver spinto per la nascita di un governo tecnico guidato da Monti.
Tra le ultime critiche inflittegli, figurano quelle relative alla richiesta di cancellazione delle intercettazioni che lo riguardano nella “trattativa Stato-Mafia”, ma anche l’invito a non parlare dello scandalo Monte dei Paschi di Siena in vista delle elezioni; in quest’ultimo caso soprattutto perché esso riguarda principalmente il suo partito di provenienza. Pertanto è stato accusato di parzialità.

UN PARLAMENTO FRAMMENTATO - Comunque, se la nomina di Napolitano è stata difficoltosa, probabilmente lo sarà ancora di più la prossima; almeno stando a come i sondaggi proiettano il prossimo parlamento. Se alla Camera il Partito democratico dovrebbe godere di una buona maggioranza di seggi, tante sono le forze in campo date sotto il 20%. Una frammentazione molto alta che non farà di certo mettere d’accordo facilmente le forze in campo. Basti poi pensare al grande successo che dovrebbe avere Grillo, all’ostilità del Pdl che non vorrebbe certo un altro Presidente proveniente da sinistra, o altri partiti non facilmente convincibili quali Rivoluzione civile e Lega. Vediamo quali sono i nomi papabili.

QUELLI DI SINISTRA – Tra i nomi che circolano a sinistra, i più possibili sono quelli di Romano Prodi e Giuliano Amato, poiché godrebbero di aperture di credito almeno dal centro. Se su Giuliano Amato ho già detto, Prodi come politico ha avuto poco tempo per farsi valere, essendo durato per due volte solo due anni, avendo avuto sempre a disposizione maggioranze variegate e litigiose.
Si è rifatto anche il nome di Massimo D’Alema, già accantonato nel 2006. Più difficile la nomina di Luciano Violante, ex Pm e diessino della prima ora.

QUELLI DI DESTRA – Se impossibile e pittoresca è l’idea di vedere Berlusconi al Colle, molti più crediti risulta avere Gianni Letta, mediatore apprezzato da più parti e considerato il consigliere di buon senso del Cavaliere (anche se forse da un po’ non lo ascolta più). Un altro nome presentabile è quello di Raffaele Pisanu, pure stimato da più parti per il suo moderatismo e buon senso. Qualche possibilità potrebbe averla Renato Schifani, ma considerando il futuro peso del Pdl in Parlamento, è alquanto improbabile che diventi Presidente della Repubblica.

QUELLI DEL CENTRO – Mario Monti era il prossimo Presidente della Repubblica designato. Poi la scelta di “salire in campo” e di inimicarsi sia destra che sinistra, ha bruciato questa possibilità. Nel piccolo centro, a questo punto, forse solo i leader dei due suoi partiti alleati potrebbero avere qualche chance: Casini e Fini. I quali, se non altro, hanno dalla loro un’età relativamente giovane; ma un seguito parlamentare quasi nullo.

LE DONNE – Un Presidente della Repubblica donna è una suggestione accattivante, e chissà che non fosse la volta buona. Dal ’99 si fa il nome di Emma Bonino, ma la sua irrinunciabile militanza radicale la rende ostile ai centristi e alla destra conservatrice. Qualche chance potrebbe averla Rosi Bindi, il cui nome pure sta circolando. Fosse la volta buona?
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LA VERGOGNOSA PARENTOPOLI NELLE UNIVERSITA’ ITALIANE


IN MOLTI ATENEI ESISTONO VERE E PROPRIE DINASTIE. DUE RICERCHE CERTIFICANO QUESTO DATO TRISTEMENTE NOTO

L’Università italiana, come tutte le altre istituzioni e società pubbliche, è stata spartita dai potenti locali per piazzarci parenti e amici. Mentre chi non ha santi in Paradiso è costretto ad espatriare per ottenere la tanto meritata e agognata cattedra o un assegno di ricerca. Non meravigliamoci poi se non ci sono fondi a disposizione e se ci sono esuberi. Talvolta vengono create delle materie “ad hoc” per generare nuove cattedre da attribuire al raccomandato di turno. Le quali, il più delle volte, finiscono per avere meno di dieci studenti all’anno.
Questa che è una triste realtà nota, è stata certificata da due ricerche del 2010 e del 2012, elaborate da un ricercatore e da un tesista che hanno incrociato i dati statistici relativi ai cognomi presenti. Il margine di errore relativo all’omonimia dei cognomi viene colmato dal fatto che altri raccomandati non portano lo stesso cognome dei raccomandatari.

BARI, CAPITALE DEL NEPOTISMO- Gianmarco Daniele, aveva presentato a Bari, capitale del nepotismo accademico italiano, una tesi di laurea: "L'università pubblica italiana: qualità e omonimia tra i docenti", una ricerca nata per raccontare come le università italiane siano in mano a un gruppo di famiglie. E per documentare come esista un nesso scientifico tra nepotismo e il basso livello della didattica e della ricerca. Daniele ora è all'estero, con una borsa di studio europea.
A Bari, nella facoltà di Economia, la stessa dove si è laureato Daniele, è cambiato poco. L'economista Roberto Perotti, italiano formatosi al Mit di Boston, in un saggio del 2008 "L'università truccata" (Einaudi) aveva indicato quello come il caso limite, "tanto incredibile da raccontare in tutto il mondo". A Economia 42 docenti su 176 hanno tra loro legami di parentele, il 25 per cento, record assoluto in Italia. I leader indiscussi a Bari e in Italia nella classifica delle famiglie restano così i Massari. Commercialisti affermati, con un passato nel Partito socialista di Craxi, in cattedra hanno almeno otto esponenti, tutti economisti. Uno di loro doveva essere anche in commissione durante la laurea di Daniele, peccato che quel giorno avesse un impegno. "Abbiamo vinto tutti concorsi regolarissimi", rispondono loro, quando vengono tirati in ballo. I capostipiti della dinastia sono i tre fratelli, Lanfranco, Gilberto e Giansiro, che hanno in mano il dipartimento di Studi aziendali e giusprivatistici e, seppur nell'ombra, l'intera facoltà. Le nuove leve sono invece Antonella (ordinaria a Lecce), Stefania, Fabrizio (tutti e tre figli di Lanfranco), Francesco Saverio e Manuela. A fare concorrenza ai Massari, in facoltà, c'è la famiglia Dell'Atti (6) e quella dell'ex rettore Girone, con cinque parenti in cattedra: ci sono Giovanni e la moglie Giulia Sallustio, ormai in pensione, il figlio Gianluca, la figlia Raffaella e il genero Francesco Campobasso. A Foggia conta ancora molto la dinastia dell'ex rettore, Antonio Muscio, secondo con 7 parenti nella top ten nazionale con la new entry Alessandro, assunto nell'ultimo giorno di rettorato del papà e nella sua stessa facoltà, Agraria. Nell'ateneo lavoravano anche mamma Aurelia Eroli (dirigente amministrativa, ora in pensione), la figlia Rossana, la nipote Eliana Eroli, il genero Ivan Cincione e la sorella Pamela.

ROMA E PALERMO - A Roma le grandi casate sono due: i Dolci e i Frati. Un figlio di Giovanni Dolci, uomo chiave dell'odontoiatria italiana, è Alessandro, ricercatore a Tor Vergata. La moglie, Alessandra Marino, è ricercatrice alla Sapienza. Dove lavora anche il genero di Dolci, Davide Sarzi Amedè, marito di Chiara, a sua volta odontoiatra al Bambin Gesù. Un altro figlio di Dolci, Federico, lavora a Tor Vergata, mentre Marco è ordinario a Chieti. Accanto a papà Frati invece c'è sua moglie Luciana Angeletti e sua figlia Paola (insegnano a medicina, ma non sono medici) e il figliolo Giacomo.
Sempre molto forti le famiglie a Palermo, come aveva avuto modo di accorgersi Norman Zarcone. Il record è dei Gianguzza, cinque tra Scienze e Medicina. Ma le dinastie palermitane sono cento, sparse in tutte le facoltà, per un totale di 230 docenti "imparentati". Economia è il regno dei Fazio (Vincenzo, Gioacchino, Giorgio), a Giurisprudenza ci sono i Galasso (Alfredo, il figlio Gianfranco, la nuora Giuseppina Palmieri), a Lettere i Carapezza (i fratelli Attilio e Marco, ora associato, il cugino Paolo Emilio, suo figlio Francesco), a Ingegneria (18 famiglie, 38 parenti) i Sorbello o gli Inzerillo, a Matematica i Vetro (Pasquale, la moglie Cristina, il figlio Calogero), Agraria è nelle mani di 11 nuclei familiari.

LE ALTRE - Molto superiori alla media sono anche la Federico II di Napoli, Palermo, Bari, Caserta, Sassari e Cagliari.

LE VIRTUOSE - Le più virtuose sono invece Trento, Padova, il Politecnico di Torino, Verona, Milano Bicocca.

UN’ALTRA RICERCA - Stefano Allesina, ricercatore italiano rifugiatosi a Chicago,  ha deciso che doveva mandare di traverso qualche boccone a un po’ di professori, e così ha creato un programma statistico che analizza la ricorrenza dei cognomi nelle universita’ italiane.
Primo passo è stato quello di utilizzare tutti i nomi di professori e ricercatori (61.000 per la precisione) presi dal database del Ministero dell’Istruzione. In seguito Allesina ha caricato tutti i cognomi su un programma (creato da lui) che ha analizzato statisticamente la ricorrenza dei cognomi (naturalmente il programma teneva conto dei cognomi molto diffusi: Rossi, Bianchi, etc…).

LE FACOLTA’ DOVE IL NEPOTISMO E’ PIU’ PRONUNCIATO - Ebbene da questo infinito calcolo (1 milione di incroci ripetuto per ventotto settori disciplinari) si è scoperto che le facoltà che soffrono maggiormente di nepotismo sono: Ingegneria Industriale, Legge, Medicina, Geografia e Pedagogia.
Questa la Top 10 degli Atenei con più parenti:
1° Libera Università Mediterranea «Jean Monnet», Casamassima, Bari
2° Sassari
3° Cagliari
4° Suor Orsola Benincasa – Napoli
5° Catania1,056°Uke – Enna
7° Università della Calabria
8° Messina
9° Mediterranea di Reggio Calabria
10° Roma «Foro Italico»

GLI OVER 70, UN ALTRO MALE - Molti docenti con più di 70 anni ricorrono ai tribunali amministrativi per posticipare il loro pensionamento, accelerato da una norma voluta dall'ex ministro Fabio Mussi. Questo è un altro ostacolo per chi aspira a fare il docente o il ricercatore, poiché non si liberano posti nuovi. I quali sarebbero comunque colmati dai loro figli o nipoti.
Vuole rimanere in servizio Emilio Trabucchi, ordinario di Chirurgia e presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano. Nipote dell'omonimo luminare della Biomedicina e deputato Dc morto nel 1984, Trabucchi ha due nipoti nell'università, Emilio Clementi, straordinario nel dipartimento di Scienze precliniche "Lita Vialba", e Francesco Clementi, ordinario di Farmacologia. "Abbiamo specializzazioni diverse. E in tutti i casi parlano le pubblicazioni", precisa Trabucchi. Ha scelto di ritirarsi, invece, Vittorio La Grutta, nobiltà accademica palermitana: medico il nonno, professore il padre, rettore il fratello (dell'ultima leva è rimasta la figlia, Sabina, psicologa).
A Sassari resistono al pensionamento Mariotto Segni (il cui padre, Giovanni, oltre che presidente della Repubblica è stato rettore) e Giulio Cesare Canalis, il papà della showgirl Elisabetta, direttore della Clinica radiologica. Ma soprattutto l'ex rettore Alessandro Maida, tuttora potentissimo - spinge per bandire 52 concorsi - e ancora per un po' collega dei figli Carmelo e Ivana, piazzati nella sua facoltà, Medicina, del cognato, Giorgio Spanu, della moglie Maria Alessandra Sotgiu, e di altri nipoti e cugini. A Udine, dopo la fusione tra ospedale e università, sono stati nominati i nuovi direttori di dipartimenti. Nessuna sorpresa: i manager, ben pagati, sono tutti baroni di lungo corso come l'ultrasettantenne Fabrizio Bresadola, che ha piazzato il figlio Vittorio, la nuora Maria Grazia Marcellino e un altro figlio, Marco. Laureato in Filosofia ma non per questo escluso: insegna storia della Medicina.

Non ci meravigliamo dunque se i cervelli italiani fuggono all’estero. O, come nel caso di Norman Zarcone, si suicidano.

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